Con passi lenti e vagabondi

Ho finito ieri notte, nel silenzio montano di Cerreto Alpi (RE), Sull’eguaglianza di tutte le cose di Carlo Rovelli (Adelphi, 2025) che mi ha regalato un carissimo amico per Natale.
Ci ho messo molto tempo. In mezzo ho letto altro. È un libro complesso, di quelli che ti obbligano a fermarti e tornare indietro a rileggere più volte le stesse pagine. Non è una lettura che si consuma in fretta, ecco.
Il libro si chiude con una citazione dal Paradise Lost di Milton che parla di Adamo ed Eva:
“versarono qualche lacrima naturale, ma le asciugarono presto
il mondo era intero davanti a loro, dove scegliere
il loro luogo per riposare, affidandosi al destino:
e loro, mano nella mano, con passi lenti e vagabondi,
lasciando il paradiso, si incamminarono per il loro solitario cammino.”
Non provo nemmeno a restituire qui tutta la densità di questo lavoro di Rovelli. È un libro che intreccia meccanica quantistica, relatività generale, filosofia, storia del pensiero. Porta la conversazione fino a un punto in cui molte delle categorie con cui siamo abituati a orientarci si scoprono molto poco stabili, decisamente meno definitive di quanto vorremmo.
È anche un libro ricco perché accosta tradizioni diverse, testi della filosofia occidentale e riferimenti ad altri mondi di pensiero, come lo Zhuangzi, uno dei testi fondamentali del pensiero cinese antico.
Quello che resta - oggi lo sappiamo, ma non lo stiamo metabolizzando - è l’idea che bisogna accettare fino in fondo l’incertezza che sta al cuore della conoscenza. Non come un limite da rimuovere ma come una condizione con cui stare. E forse anche come una forma di onestà.
È a quel punto che tutte le cose diventano "uguali", non in modo astratto, ma nella misura in cui nessuna si lascia possedere del tutto, spiegare fino in fondo, chiudere una volta per tutte. È una riflessione che mi ha fatto pensare a molte cose, e un po’ anche a questo nostro progetto, Pici Poci.
Parlare di scelte, di consapevolezza, di sostenibilità, dentro una società complicata come la nostra, è parecchio difficile. Ed è difficile farlo senza sentirsi in difetto. Perché non siamo mai del tutto ligi, mai puri, mai del tutto coerenti, mai davvero certi che quella nostra scelta sia la migliore che potevamo fare. (Migliore per chi?) E questa incertezza può trasformarsi in senso di colpa, o nella sensazione di essere giudicati.
Forse però il punto non è arrivare a una forma di perfezione. Forse il punto è restare in ricerca.
Questi versi di Milton mi hanno fatto pensare al modo in cui cerchiamo di muoverci: scegliere il luogo in cui stare bene, costruirlo strada facendo. Mettendoci in discussione, senza la pretesa di sapere esattamente tutto.
Senza presentarci come professioniste che hanno già affinato la tecnica e risolto ogni contraddizione. Piuttosto con curiosità, apertura, con senso dell’umorismo, con quella disponibilità ad avanzare un po’ per tentativi che ci sembra più vera di tante certezze presunte.
Quello che ci accomuna in questo spazio-laboratorio è una ricerca condivisa. Un modo di avvicinarsi alle cose senza irrigidirle e standardizzarle. Un desiderio di scegliere, ogni volta, il modo e il posto giusto in cui sostare, sapendo che il mondo davanti è molto più grande di quello che vediamo e che non lo capiremo fino in fondo.
Ma ugualmente si può andare avanti anche senza garanzie assolute. Mano nella mano, con passi lenti e vagabondi.
di Laura M.